Non potevamo giocare con le scarpe

transumanza

Non potevamo giocare con le scarpe. Era una regola che Lucia, la più grande di tredici fratelli e sorelle, aveva imposto a noi più piccoli: “Niente scarpe fuori dal cortile di casa, anche se mamma vi dice di mettervele, fate finta e poi levatele!”.
A San Lorenzo nessun bambino aveva le scarpe, quindi, nessuno di noi poteva essere diverso dagli altri del paese. Se avessimo indossato quelle buffe calze rigide, che facevano il piede più grande di cinque taglie e ricordavano tanto babbo – forse l’unico tra i grandi a non essere scalzo – sarebbe stato un problema. Innanzitutto per la mente di un compaesano, perché creava invidia: il quieto vivere prima di tutto! Ma anche per quella di un genitore, perché avrebbe potuto creare disagio o imbarazzo tra le famiglie meno fortunate, o forse, solo famiglie “figlie” di quel tempo. Infine, per quella di un bambino: sarebbe stata una battaglia dichiarata con l’accusa di essere “diversi”, portatori di scarpe che giocano tra la gente normale. Sì, si poteva essere discriminati per avere indossato delle scarpe, ma noi non volevamo stare soli ed essere “diversi” dagli altri bambini. Mi ricordo che quando mamma mi mandava a Solità – era l’unico borgo che aveva un negozietto per comprare la conserva -, mi obbligava a mettere le scarpe, ma a metà tragitto me le toglievo e le mettevo sottobraccio. “Aaah, che liberazione!”. I nostri piedi erano neri come la terra che calpestavamo ogni giorno, le unghie irrecuperabili, e le nostre gambe sfregiate dalle frasche di cisto spesso ci prudevano per la pistigula che invadeva i cortili.

Una volta stavo giocando nel camposanto con Giovannantona, quando una signora che non avevamo mai visto – ci si conosceva tutti in paese e nei dintorni – era sbucata dal cancello per sgridarci. Era ischinta, senza il fazzoletto in testa, e con i capelli sciolti e lunghi (che scandalo!). La signora ci aveva accompagnato alla salita, fino al terreno di zio Gaspare, per poi tornarsene dentro il cimitero. Mi ricordo ancora la paura. Mamma me lo diceva, che non bisognava disturbare le anime! Dal giorno non l’ho più fatto, è certo! Non si poteva giocare nel cimitero, specialmente dopo pranzo, che Sa Mama e su Sole faceva il suo giro di controllo per i bambini che vagabondavano invece di riposare. Ma io e Giovanna volevamo gustarci sa Figu Murisca che cresceva generosa in quella campagna. Inoltre, lì vicino, si trovavano un sacco di stracci con cui poterci fare sas pippieddas (le uniche bambole conosciute), che poi ho scoperto che quegli stracci erano i vestiti dei morti. Non vi dico la reazione per questa lugubre scoperta.

I soldi non ci attiravano molto: una sera babbo mi mise a dividere gli spiccioli per grandezza (i dieci franchi con i dieci e così via …), feci cadere una moneta a terra di proposito, ci misi il piede sopra per poi prenderla e nasconderla. Sono rimasta cinque giorni con quel soldo in mano senza sapere che farmene! Alla fine l’ho restituito a mamma, senza dirle che l’avevo rubato. Che ce ne facevamo dei soldi?

Babbo era un commerciante: fare quel mestiere, a quel tempo, era roba per pochi. Gli amici e parenti lo sapevano: eravamo fortunati, per non dire ricchi. Ogni volta che babbo tornava dai suoi viaggi in continente, poggiava i suoi piedoni vicino alla ziminera per far asciugare quegli scarponi che puzzavano terribilmente. Poi iniziava a distribuirci piccoli regali che erano grandissimi, per noi. Che gioia, una festa manna, e mamma cucinava di più per tutti! Anche se i regali non erano veri e propri giocattoli, attiravano terribilmente la nostra curiosità e quella di tutti i vicini. Una volta, mi ha raccontato mamma, io non mi ricordo, comare Maria entrò in casa e salutò la sua figura riflessa nello specchio! Tutto il paese ci ride ancora su ogni volta che ci riuniamo alla Festa. Non tutti avevano uno

specchio, noi sì. Questo succedeva tanti anni fa, poi siamo cresciuti, quasi tutti con le scarpe e gli specchi! Anche se per fare i nostri bisogni continuavamo ad andare a su conduttu. Forse, uno dei regali più belli me l’ha fatto mio marito quando ero già grande e con i bimbi piccoli, ed è stato il bagno. Che orgoglio e che vanto, il primo di tutto il borgo! Di quello sì, ne avevamo bisogno, o almeno abbiamo capito di averne bisogno dopo averlo conosciuto. A volte mi domando: ma come abbiamo fatto? Si faceva e basta, cà tando fidi gai… itte nd’ischiamusu!?