La vendemmia

festa

Messa dentro quella botte non so davvero che aspettarmi, pian piano inizio a prendere confidenza con quelle sensazioni sulla mia pelle…sento fresco, schiaccio e mi diverto, anche se a tratti un filo di disgusto mi assale, quello tipico dei bambini, schizzinosi, per quei pezzi gelatinosi sotto i piedi nudi, anche se in realtà è solo uva! Guardo la faccia di mio nonno, mi sembra divertito, penso che sia strano associare il divertimento a quell’uomo dai tratti naturalmente imbronciati. In effetti nei miei otto anni di vita non è spesso che l’ho visto ridere. Forse vedere le nipoti coinvolte in una delle sue attività preferite lo esalta… anche se, devo ammettere, ultimamente è cambiato, forse da quando è stato male, da quando gli hanno detto di avere un male incurabile. In realtà aveva solo un ossicino d’arancio finito dalla parte sbagliata che ha creato un ombra nei polmoni. E’ è bastato aspirarlo e ora sta bene!

La vendemmia è quasi un evento da festa paesana per la mia famiglia. Ci si mette d’accordo con 15 giorni di anticipo per essere sicuri che tutti i fratelli, cugini e compari possano parteciparvi: spesso qualche ignaro maialetto viene sacrificato per banchettare dopo la fatica del lavoro. Mentre io e mia sorella schiacciamo per gioco quei grappoli con i piedi, i grandi, quelli che possono tenere in mano le cesoie, hanno iniziato a staccare grappoli dai filari già dalle sette del mattino. La vigna di mio nonno, dice lui, non è grandissima, ma per raccoglierla tutta sono in sette, sette uomini dalle mani grandi e callose, proprio come quelle di mio nonno, abituate a staccare con un unico movimento gruppi di acini. Non parlano mai, stanno a testa bassa, schiena china, concentrati per riempire ognuno la propria cassetta. Il mio sguardo si sposta da loro a mio nonno, che da buon padrone di casa non parla, ma si assicura che ogni suo aiutante abbia sempre il bicchiere colmo di vino vecchio. Per bere quello nuovo si dovrà aspettare natale! Ogni tanto nonno riempie d’uva la nostra botte e quella più grande, che ci starei dentro per intera con mia sorella, e se ci fossero ci starebbero altri cinque o sei cugini della nostra età, ma non cicciottelli come me, più tipo mia sorella… va bè, comunque, dopo averla messa lì, e questa è la parte che mi piace di più, prende un bastone e inizia a picchiare l’uva. La gira e la schiaccia per molti minuti di fila, mi lascia da parte a guardare e solo dopo che ha concluso decide che ora è il mio turno. So bene che il mio aiuto non è indispensabile, ma è troppo divertente, anche se so che alla fine avrò la faccia piena di schizzi rossi, per cui mia mamma mi farà la solita ramanzina. Dopo aver schiacciato l’uva per bene, la si prende e si riempiono dei sacchetti bianchi. Nonna li chiama i sacchi di Iuta, ma non so chi sia questa Iuta, so solo che dev’essere una persona molto generosa perché glieli presta ogni anno. Una volta schiacciati con i piedi, il succo che scivola nelle bacinelle viene usato per riempire le damigiane di vino. Le damigiane si trovano in cantina di nonno e lì lui ci porta gli amici a fare “l’assaggio”… che strano però, questo assaggio dura tutto l’anno, ogni volta che va a trovarlo un amico… e io mi chiedo, ma a furia di assaggiarlo, quando sarà pronto non ne sarà rimasto ben poco? Finito di riempire le damigiane è ora di pranzo, l’odore del maialetto arrosto arriva sempre più alle mie narici. Mi sa che ho mentito, una delle mie parti preferita è questa, quando mi siedo a mangiare e mi illudo di aver meritato il mio pasto, un po’ come i grandi. Come ogni anno e come ad ogni festa mi siedo vicino al mio zio più piccolo, che come ogni anno e come ad ogni festa si sposterà perché non mi vuole accanto. Dice che quando mangio il maialetto divento un maialetto anche io, perché sporca di grasso tocco tutto e tutti! Faccio finta di restarci male, ma un po’ mi diverto, che con la scusa di questa storia nessuno mi dice niente se mangio con le mani. Sono felice, la mia famiglia è tutta qui, tanto brusio, molte risate, mia nonna che si assicura che tutti i piatti siano pieni, mio nonno invece che tutti i bicchieri siano vuoti.

Mi sento chiamare, ma non voglio sentire, perché come sento il mio nome comincio a realizzare. Devo svegliarmi, alzarmi e lasciare il mio sogno e con esso quei momenti di spensieratezza… mi sa che oggi devo vendemmiare, ma nonno non ci sarà. Sono passati molti anni dall’ultima vendemmia fatta con mio nonno, e dopo molti anni da allora oggi ripeto l’esperienza. Con mio suocero, nella sua vigna e per il suo buon vino che bevo da anni, per cui è arrivato il momento di collaborare. Niente piedi nudi per me, niente sacchi di Iuta, che nel frattempo è andata in pensione. Oggi si usa una macinatrice elettrica che schiaccia l’uva, che poi si lascia dentro delle botti enormi, così grandi che anche oggi che sono adulta tre o quattro di me ci starebbero dentro. Sono entusiasta all’idea, ma anche un po’ malinconica. Oggi non ci sei più, per il primo anno della mia vita, e allora se potrò in qualche modo mi piacerebbe infilare un braccio in quella botte enorme e sentire se il mio corpo ha memoria, di quel fresco, del divertimento provato allora, o un po’ di quel disgusto tipico dei bambini schizzinosi, nel sentire quei pezzetti gelatinosi, anche se in realtà è solo uva.

La memoria del tuo sorriso divertito, mentre come a otto anni gioisco nel fare una delle tue attività preferite è, invece, ben impresso nella mia mente e nel mio cuore.