In viaggio tra miti e leggende

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In tempi remoti, negli antichi borghi di Budoni, la realtà e la fantasia vivevano un’esistenza parallela. I miti, e più precisamente le leggende, popolavano le sere d’estate e quelle invernali davanti ai focolari.

I miti non nascono mai per caso…come la leggenda de “Sa Sulvile”.

“Sa Sulvile”, incute timore e si nutre del sangue di bambini non battezzati. Ha stretto un patto con il diavolo, venendo al mondo nel giorno di Natale, oppure nascendo come settima figlia. Si muove nel buio della notte, di giorno però si confonde con noi, vivendo una vita del tutto normale. Non porta con sé nessun ornamento che possa abbellire il suo viso grinzoso, non indossa mantello che possa coprire le sue spalle ricurve. Incontrarla di notte ti turba nell’animo, puoi imbracciare un fucile e sparare a un gatto, pensare di averlo ucciso e sentire invece una voce familiare che risponde…è lei.

Sì: ha il potere di assumere sembianze feline, se necessario.

Si narra che “Sa Sulvile” amasse contare, ma non fosse in grado di andare oltre il numero sette. Si attardava pertanto a contare e ricontare i denti della falce, arrivando fino al sette e ricominciando ogni volta da capo, fino all’alba, quand’era costretta a rientrare nel proprio corpo.

Sembrano solo leggende narrate dai vecchi, ma, chissà come mai…nella quotidianità di una semplice giornata estiva la tranquillità di un piccolo paese viene scossa dalla sparizione di un bambino. Un neonato lasciato solo in casa a dormire beato, mentre la mamma e altre donne si recano al fiume a lavare panni, intrisi di intense giornate di lavoro. Non si trova, quel bambino: tutti lo cercano, ma non si trova. Non può essere uno scherzo…le ore passano, e il bambino è sempre stato lì, immerso nei suoi sogni. Chissà chi ha incontrato nel frattempo: un gatto, una donna, un’anima inquieta. È sotto il letto, in una cassetta di legno, avvolto da sacchi di paglia e filo spinato. Sta bene, quel bambino.

Anche altri bambini stanno bene: sono giunti sino alla pietra, era calda tanto da far scottare la mano. E sì, a quell’ora “Marialentola” era in casa. Meglio riposare, prima di uscire a giocare. Così, girando per un piccolo borgo, puoi ritrovare la pietra di “Marialentola” o l’albero de “Su Mascazzu”: un piccolo ometto con sette berretti in testa. Puoi provare ad affrontarlo: se riesci a sfilare l’ultima berritta rossa, il tuo desiderio sarà esaudito.

Se sei coraggioso, puoi stare sveglio la vigilia di Ferragosto. Siediti, e aspetta che passi su “Re de Rodas”. Arriverà nella notte a mangiare il pasto preparato per lui.

Puoi dirigerti verso il fiume. Se la luna ti assiste e la notte è clemente, le senti e le vedi: sono sole, disperate e piangenti. Sono morte di parto, lavano i panni dei propri bambini battendoli sulla pietra: è questo il sordo rumore che cogli nel buio argentato della luna. Senti cantare tristi ninnie. Puoi solo osservarle, “Sas Panas”, non devi disturbarle. Povere donne da tutti temute, con loro il Fato è stato crudele, aspetti che il Sole risorga per sfuggire la sorte di chi ha perso un bambino.