Il naufrago Fortunato

naufragio

Ero immobile sul letto dell’ospedale.
Tentavo di muovermi, ma il mio corpo era ancora fortemente provato. Girai il capo dall’altra parte del cuscino e vidi Federica, che come me se ne stava lì, adagiata sul letto avvolta da numerosi tubicini. Mi fissava. Gli occhi spalancati e stanchi, riportavano i segni della tragedia. Uno sguardo vitreo, disperso nel nulla come mio cugino.
Doveva essere la classica gita che puntualmente facevamo durante le vacanze estive. Io, mio cugino e la nostra amica Federica, sempre e solo noi tre. Inseparabili fin da bambini. Durante l’estate ci capitava spesso di accompagnare Marcello nei suoi impegni di lavoro. Erano trasferte rilassanti: buon cibo, sole e il cullare delle onde rendevano la routine quotidiana più leggera.
Marcello svolgeva bene il suo lavoro, attento e preciso, mai una dimenticanza o un errore, d’altronde era un comportamento normale per chi era abituato a solcare il mare. Quando una settimana fa mi chiamò per invitarmi, ero emozionatissima. Prossima destinazione: Porto Cervo.

Ci siamo ritrovati la mattina dell’otto Agosto nel porto di Salerno. Era l’alba. I raggi del sole timidamente si elevavano dai monti e ci riscaldavano con dolcezza. Marcello issò le vele, salpò l’àncora e partimmo. Una breve sosta a Ponza per rifornire e proseguimmo per la nostra rotta. Era una bella giornata nonostante il mare mosso e qualche folata di vento, e Marcello non smetteva di ripeterci: “Otto ore di navigazione signorine, rilassatevi”.
Si trovava totalmente a suo agio in quel ruolo da capitano, e noi lo assecondavamo divertite. All’improvviso, un tonfo. Milioni di goccioline saltarono all’interno della barca che iniziò a muoversi nervosamente. Io e Federica ci alzammo con un rapido scatto, davanti a noi Marcello muoveva freneticamente i tasti sul piano di comando. Tremava. La pavimentazione si frantumava velocemente sotto i nostri piedi. Afferrai il braccio di Federica e insieme riuscimmo a tuffarci in acqua. Marcello rimase a bordo. Tutto fu rapido e confuso.
La corrente ci trascinava lontano della barca che pian piano veniva inghiottita dall’acqua. Tentai di nuotare nella direzione contraria alle onde e raggiungere Marcello, ma fu inutile non avevo la forza. Afferrai la mano di Federica e insieme ci aggrappammo ad un parabordo, che solitario nuotava al nostro fianco. Intorno a noi solo un immensa distesa d’acqua.
D’un tratto quel silenzio assordante venne interrotto dal rumore di un motore. Usai le mie ultime energie per girare il capo e vidi un imbarcazione che si dirigeva verso di noi. Era la Guardia costiera di Olbia, giunta per prestarci soccorso.
Questo è quello che riesco a ricordare.
Di Marcello, nessuna traccia: disperso da tre giorni.
Ogni giorno chiamavo la capitaneria. Sapevo che qualsiasi novità mi sarebbe stata comunicata, ma pazientare era impossibile.
La mattina del dodici Agosto fummo dimesse dall’ospedale. Mentre riponevo le mie cose nella

valigia, non potevo fare a meno di trattenere le lacrime. Nonostante siano trascorsi quattro giorni dalla tragedia, la paura, i pianti angoscianti di Federica, le urla di terrore di Marcello vibrano ancora sul mio corpo.
Firmai il foglio di dimissioni, presi la valigia e scesi le scale. All’ingresso dell’ospedale ci attendeva un taxi per accompagnarci in aeroporto. Mentre mi sedevo sul sedile posteriore, squillò il cellulare. Era il sottufficiale della Guardia Costiera. Mio cugino era stato ritrovato. Avvistato da uno yacht, lo avevano caricato a bordo e stavano per arrivare a Porto Ottiolu. Era vivo. Non riuscivo a crederci, il cuore mi batteva all’impazzata. Uscii dal taxi e corsi incontro a Federica, l’abbracciai.

Il sottufficiale mi disse che l’ambulanza lo stava trasportando all’ospedale. Scendemmo dal taxi e restammo lì, ad attendere l’ambulanza. Quando lo vidi disteso sulla barella, pallido e magro quasi non riuscivo a riconoscerlo.
“E’ stata lei”, mi disse con un filo di voce.

“Lei chi?”, chiesi.
“La Madonna degli Abissi. Ho pregato fin quanto ho potuto, e lei mi ha salvato”.