Il costume

costume

La camicia è asciutta. La poso sull’asse, acchiappo il ferro e la stiro accuratamente: prima le maniche e poi la parte frontale usando l’amido di riso che irrigidisce le punte del ricamo. Quell’odore di mamma, misto di marsiglia e muschio bianco, assale le mie narici. Vado in camera, sollevo il materasso e tiro fuori la gonna avvolta nel lenzuolo. Rimuovo l’imbastitura tirando filo per filo e allargando dolcemente tutte le pieghe. Mi raccolgo i capelli in una piccola cipolla, mi trucco, indosso la canottiera, le calze e le scarpe. Sono pronta per indossarlo. Dunque, mi metto prima la sottana, poi la camicia, poi sa bussaca. No… sa bussaca dopo, prima su cassu grogu e poi sa bussaca, che terrà fermo su cassu grogu. Poi su curittuche si stringe al torace, sollevandomi il seno. Alzo le braccia, e si rivela un’azione abbastanza difficile, infilo la gonna dall’alto verso il basso. Lei scivola giù e si adagia sopra i fianchi. Inspiro, abbottono e lego. Un’occhiata allo specchio e lui mi osserva dall’angolino: accovacciato sotto il panno della gonna, il sedere si espande nella sua massima rotondità. Sento bussare. So già chi è. Apro la porta. Occhi rossi e vene del collo ingrossate: è mio fratello che mi urla “Sei in ritardo!”. Per lui la vestizione è meno poetica della mia. Per lui la vestizione è cronometrata. Ogni capo ha un suo preciso tempo per essere indossato. Al suono dei suoi rimproveri termino di vestirmi, lego s’istella al collo, fisso il fazzoletto con le forcine e la spilla. Non ho il tempo di mettere sa falda, ma sicuramente nel gruppo folk ci sarà qualcuno che me la legherà, qualcuno che me la slegherà e qualcun altro che me la macchierà di birra. Al ritrovo con gli altri infilo su zipone, che andrà a formare il quinto strato di tessuto. Durante la processione sas berrittasa riposano sul capo degli uomini, che allineati alla sinistra delle donne, scandiscono il tempo con il passo deciso degli scarponi. I colori dei listroni si uniscono al luccicare dei gioielli. Il passo è lento e cadenzato. Il tutto si muove al ritmo del vento e della preghiera. Il costume inizia ad acquisire una propria autonomia. Sì, perché quando indossi il costume sardo tu cammini e lui sfila. Fiero e maestoso davanti agli occhi dei continentali e non, che lo ammirano estasiati. Consapevole della sua tradizione secolare. Quando nell’antichità ornava le giovani spose, presenziava nei giorni di festa e accompagnava nei momenti di dolore. Oggi lo si indossa quand’è richiesto per ballare, per ricordare… Sono cambiati alcuni dei suoi pezzi, sono cambiate le mani che lo cuciono, sono cambiate le persone che lo indossano. Alla fine siamo tutti parte di quella storia che a volte ti schiaccia e ti trascina in un circolo di continuità. Con tutti questi pensieri non mi accorgo che sono già sul palco. Siamo l’uno affianco all’altro, agganciati sottobraccio. Tore inizia a suonare e anche l’organetto, come il costume, acquista una sua vitalità. I piedi si alzano in volo. Quella lunga catena umana, in cui ciascuno di noi è un anello, disegna una stella, un serpente, una piramide. Le note sono chiare: è su ballu brincadu. Attenta, ora c’è il saltellino! In coppia ci si separa e ci si ricongiunge in una ruota. L’ansia è passata. La musica, come una mamma, amorevolmente ti comanda e ti guida e tu ti abbandoni a quel un due tre ta ta ta…