Di giorno le nuvole, di notte le stelle

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Lo abbiamo scelto d’istinto. Ricordo ancora quando è comparso dal finestrino dell’auto: un paese sotto il mare. Quel blu più che una cornice è una coperta, un tetto adagiato su una casa. Budoni … Ripetiamo questo nome nuovo e sconosciuto per renderlo familiare. Io sono un po’ restio, penso più a una cittadina, di quelle piccole ma che hanno tutto. Sì, anche i “non-luoghi” come li chiama Lei. Non sopporta i centri commerciali, le multisala, i grandi spazi che ci vogliono solo consumatori. “Ma dai, queste noie sociologiche! Progresso, comodità” le dico. Ma Lei niente! Il mare ci mette d’accordo, quest’isola ci mette d’accordo. I profumi, quelli tanto pubblicizzati e decantati, non li ho sentiti una volta, appena sceso dall’aereo. Ho imparato a riconoscere e sentire mirto, lentischio, elicriso dopo, sulla terra, vivendoci.

La ricerca della nostra nuova casa ci ha fatto discutere su tutto. Poi Lei ha avuto una serie di “illuminazioni”, così le chiama. Appena arrivati ha conosciuto la signora del market, quella della pasticceria, il farmacista. “A Milano ho impiegato anni a fare nuove conoscenze, qui sono bastati un paio di giorni”. Bah, a me sembrano banalità. È chiaro, pensavo, qui hanno più tempo, è tutto più tranquillo. Temevo di deprimermi, abituato com’ero ai ritmi frenetici, ben scanditi. La nostalgia di Milano, perché sì, avevo nostalgia, passava quando stavamo in spiaggia. Lo sappiamo tutti, no… la sabbia bianca, l’acqua cristallina… A me piace soprattutto per l’effetto che ha su di Lei. È sempre stato così da quando ci siamo conosciuti. Per me i luoghi e le cose sono uno sfondo, stiamo insieme e questo basta. Per Lei no, il contesto è importante, la condiziona. E io insisto a citarle all’infinito Seneca: «È l’animo che devi cambiare non il cielo sotto cui vivi». E lei: “Ma se il cielo non lo vedo!”. Qui si vede, tanto, tutto. Di giorno le nuvole, di notte le stelle. Si sente, si parla. Rimaniamo ore, giorni e stagioni ad ascoltare racconti. La signora Caterina, che ormai ottantenne ricorda le prime volte al mare: con comari e cugine vestite di abiti leggeri si tuffavano in acqua e ogni volta che passava qualcuno si nascondevano per smisurato pudore. Una certa comare Peppina, non paga di fare il bagno vestita, anziché la manica corta indossava rigorosamente la manica lunga, per massima concessione a tre quarti! Lei ride, mi guarda e ride. E si sorprende quando il pastore da cui acquistiamo il formaggio ci spiega che ha dato un nome alle sue mucche in base alla loro personalità. Io sono scettico sull’esistenza di una soggettività bovina, ma mi lascio trascinare in quest’atmosfera bucolica. E poi gli inviti a pranzi e cene, le feste infinite. Qui si festeggia per tutto! Quando vivevamo su, per convincerla a partecipare agli eventi mondani dovevo insistere per giorni. Qui i giorni passano di corsa, perché non vuole perdere niente. Dalla signora Lucia ha imparato a fare le origliette e a casa si mette lì, tutta indaffarata e soddisfatta. E insiste nel farmi capire la poesia delle mani pazienti che, gesto dopo gesto, creano una rosa. Poesia che io coglierò, lo ammetto, solo dopo averle mangiate!

Questo accade ogni volta: mi siedo in terrazza, guardo il panorama e ritorna tutto in mente. Ed è strano, parlo e penso al presente come se Lei fosse ancora qui, davanti a me. Lo devo ammettere, forse perché ormai sono vecchio e ammorbidito: aveva ragione. Un luogo è protagonista con te della tua storia, ti completa, ti cambia. Budoni ti trova uno spazio, lo trova solo per te. Poi aspetta, paziente, che lo faccia diventare tuo.