Ci sono luoghi che non cambiano

ss

Ci sono posti che non cambiano. O meglio, ci sono posti che non ti fanno sentire cambiato. Ci sono emozioni che persistono ogni volta che torniamo in questi luoghi, perché li sentiamo nostri. Spesso li fotografiamo, illudendoci di marcare quelle sensazioni in una memoria parallela ma, ogni volta, ci dimentichiamo degli scatti precedenti e sentiamo il bisogno di memorizzare quell’istante, quel paesaggio, quella sensazione, ancora e ancora. Per questo non basterebbero mille foto. Perché per rivivere lo stesso stupore e avvertire quella leggerezza, è necessario fare ritorno in quello stesso spazio.
Andrea era un sognatore. Era muntagninu lui (come piaceva dire a quelli provenienti dalla costa). Aveva visto il mare per la prima volta a dodici anni, grazie allo zio, che per farsi dare una mano con la tosatura delle pecore di un amico, l’aveva portato con sé. Che bellezza, quaranta minuti di tornanti su una arrancante centoventisei! Arrivato a destinazione (finalmente), si trovò di fronte a qualcosa di magico e di remoto, forse più vecchio delle sue montagne. Non era così, ma faceva piacere fantasticarci su. Era un porticciolo abbandonato cui possenti pali d’attracco, di un legno ormai corroso dall’acqua e dal vento, emergevano dal mare e dalle rocce. Come due braccia, si estendevano verso l’orizzonte, distanti l’uno dall’altro di qualche metro, fino a mare aperto. Parevano, quei due vecchi pontili, allungarsi come nel gesto di un abbraccio, avvolgendo chissà quali vicende eroiche e romantiche.
“Prima il dovere e poi il piacere, Andrè, ajò!” si era sentito gridare mentre si sporgeva dal muro della sua immaginazione. Il gregge si trovava proprio in un terreno che finiva sulla zona rocciosa della costa, che la gente del posto chiamava Pontittu Ruju. Era da quel punto che aveva intravisto quel suggestivo scenario. La tosatura durò tutta la mattinata: schiena bassa, forbici in mano e pecora sotto le gambe. Andrea era un ragazzo sensibile, forse anche i suoi coetanei lo erano (anche se a lui non sembrava proprio): se per sbaglio nel tosare una pecora le procurava un taglio, si sentiva terribilmente in colpa; mentre i suoi amici ridevano e continuavano a giocare con la loro preda. Poveri animali (le pecore, intendo). Finalmente, mentre gli uomini bruciati dal sole si rifocillavano con maialetto, formaggio e vino, Andrea si allontanava verso mondi paralleli ed epoche mai vissute.
Eccolo, di fronte a quell’incredibile palcoscenico per mettere in atto la sua sceneggiatura. Il posto era perfetto: in quelle onde che si infrangevano sui moli, inondando il pontile per poi ritirarsi nuovamente in mare, si aprivano le coraggiose battaglie d’approdo sulle coste di quell’aspra isola. I pontili erano di cemento. Dunque, Andrea, sapeva bene che quel posto non poteva esser stato protagonista di vicende eroiche avvenute in tempi arcani. Purtroppo aveva fatto l’errore di chiedere ai locali cosa fosse quel posto. La sua curiosità gli diede l’amara conoscenza che, quel porticciolo abbandonato, aveva poco meno del doppio dei suoi anni. Ma questo non avrebbe arrestato la sua ormai galoppante immaginazione. Dai fenici ai cartaginesi, poi i sanguinari romani, i vandali e gli aragonesi. Tutta la nostra isola poteva essere un porto, avrebbe potuto essere di chiunque, ma solo per qualche tempo. Perché in realtà, la storia di Andrea, era la storia della fierezza e del buon cuore sardo: se un popolo approdava lungo le rive della sua storia era il benvenuto, a patto che rispettasse e convivesse in armonia, senza arroganza né presunzione, con i cavalieri di Sardegna e le loro genti. Quante cose pensava, saltando da una roccia all’altra. Comprese come mai si chiamasse Pontittu Ruju: il colore delle rocce rifletteva un rosso con venature dorate, la riva era invasa di cocci di terracotta e chissà quante cose potevano esserci in quel fondale! Tutto contribuiva ad accrescere l’immaginazione del giovane avventuriero: aveva perlustrato il porto in tutte le sue prospettive, aveva stabilito il punto del pontile che preferiva, che lo affascinava, e in qualche modo ci sarebbe arrivato. Corrispondeva alla fine del braccio. Dalle rocce in cui si trovava, poteva scorgere solo i due pali di legno uniti dalla trave che emergevano dall’acqua come d’incanto. Tutto il resto era mare. Andrea provò un senso di leggerezza e di piccolezza al contempo. Lì, sospeso sul filo dell’acqua, erano solo lui, la sua irrealtà e il resto infinito del mare.
Oggi mi è venuto in mente quello che provò in quella mattinata Andrea, che poi sarei io. Lo sento ogni volta che ritorno qua, l’attuale Baia di Sant’Anna. Sento la stessa sensazione e affiorano le stesse fantasie. Ma ogni volta è uno stupore nuovo, anche se poi è lo stesso da quarant’anni. Non so spiegare cosa ci sia, ma so riccamente immaginare cosa non c’è. Scatterò l’ennesima foto, non riesco a trattenermi. Ma so che farò ritorno qua, come tutti gli anni, perché mi sarò dimenticato della foto precedente e come ora, vorrò scattarne un’altra e un’altra. Perché penso che il fascino e la meraviglia dei posti che sentiamo nostri, non avranno mai né età né memoria.